Una storia, tante storie, tutte diverse.

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storytelling e personal branding

Essere se stessi o essere personaggio. No, non è il dilemma Scekspiriano, in realtà è la domanda che si è fatto Francesco Margherita in un suo post. Il senso del suo post, secondo me, gira intorno a questa affermazione:

“Se come abbiamo visto essere te stesso è impossibile (perché sei tante persone) e costruire un personaggio è controproducente nella misura in cui si rischia di apparire “forzati” nei confronti di persone pronte a ignorarti o buttarti addosso improperi vari ed eventuali, l’unica strada praticabile dal mio punto di vista è l’essere un personaggio, che significa avere caratteristiche uniche, tali che ti differenzino rispetto agli altri, ma che allo stesso tempo non siano costruite a tavolino.”

Caro Francesco, mi piace l’idea di essere personaggi con caratteristiche uniche. Ma secondo me, tutti noi viviamo in una società del giudizio (dai passami la definizione). In ogni momento ogni affermazione che facciamo, ogni nostra presenza in rete, viene giudicata non in quanto tale ma rispetto a chi l’ha ricevuta. In sostanza siamo attori (non personaggi) di una storia che viene vissuta da ogni singolo in modo diverso. Come se vivessimo in un universo narrativo espanso.

Quando siamo in rete ci esponiamo come persone. In sostanza narriamo noi stessi senza mai fermarci, come in una grande soap opera.
Il vero dramma è che l’essere noi stessi diventa per forza di cose, essere personaggio in rete. Ma visto il grado di connessione in cui viviamo, visto che internet è emanazione della nostra quotidianità, di fatto la differenza fra essere se stessi o essere personaggio si fa sempre più piccola. Detto fra noi questo non è un bene.

Caro Francesco, alla fine del tuo post riporti una risposta di Carlo Pedersoli (Bud Spencer) alla domanda “che tipo di attore sei?” rispose: “io non sono un attore, io sono un personaggio. Un attore può fare più parti diverse, io invece sono diventato famoso perché facevo a cazzotti e alla gente piaceva”.

Capisco il senso per cui la riproponi, almeno credo. Ma il tema, secondo me, è che Bud era sempre l’eroe delle sue storie. Noi invece viviamo in un racconto dove siamo ciò che gli altri pensano di noi. Possiamo essere un eroe, possiamo essere un consigliere, addirittura possiamo essere trasformati in anti-eroi. Bud aveva ragione: lui era amato perché faceva a cazzotti, e nessuno lo ha mia visto fare altro. Noi invece siamo sfigati perché ci costringono (perché cosi ci giudicano) ad essere tanti diversi attori di una storia, la nostra. Noi siamo quella storia, ma quale vero controllo abbiamo su di essa?

Viviamo costretti nel punto di vista delle persone che ci circondano.

Si dice che una storia può avere diversi punti di vista. Può essere quello di un soggetto narrante, può essere quella di un partecipante alla storia (generalmente l’eroe) e può essere il punto di vista del pubblico. Ma in una storia scritta, l’autore può gestire i vari momenti della storia e portare il racconto dove lui vuole. Noi invece non abbiamo nessun controllo, gli spettatori decidono (senza volerlo) il flusso narrativo a seconda delle loro necessità o di ciò che in quel momento può influenzare il loro punto di vista.

Caro Francesco, io penso che non è ciò che siamo: personaggi o attori. Ma siamo ciò che la rete giudica, che noi lo sappiamo o meno. Forse meglio essere bravi attori, capaci non di mentire ma di gestire il nostro essere a seconda del momento e delle parte che ci viene affidata.

By | 2017-04-19T08:04:51+00:00 agosto 30, 2016|Categories: Storytelling|Tags: |